Sunday, May 26, 2019
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“6a opera… visitare i carcerati!”

di fratel Ettore Moscatelli

Quando qualche anno fa raggiunsi i settant’anni, …tra le altre cose, presi due decisioni. Per noi religiosi la parola “pensione” è praticamente esclusa dal vocabolario. La usiamo solo per andare a ritirare la minima o la sociale alla posta. In comunità, finché il Signore concede la salute, non si smette di adempiere le proprie mansioni. Oppure si cambia tipo d’impegno in base alle forze e alla volontà: si va dai superiori e si espongono le proprie necessità e le proposte.

La prima decisione fu quella di smettere dopo 30 anni di passare il Capodanno in un castello. Nessuno si illuda che sia un maniero a cinque stelle….è solo un vecchio rudere dell’anno 1000 situato in Valle d’Aosta ad oltre 1400 mt dove fino a qualche anno fa, dopo il Te Deum della messa serale di S. Silvestro, da solo o in compagnia si trascorreva la notte nella chiesetta diroccata del castello “al freddo e al gelo…”.

La seconda decisione è stata quella di presentare ai Superiori alcuni progetti che da tempo coltivavo nel cuore: l’assistenza ai migranti e l’animazione musicale in carcere. E così per puro caso o per Provvidenza, sono stato invitato dal Garante dei detenuti del Piemonte, al carcere delle Vallette di Torino per due anni, ed ora in quello di massima sicurezza di Asti.

Bisogna sapere che in giro per l’Italia ci sono 190 carceri: 36 al nord, 20 in centro Italia e 30 tra il sud e le isole. Lo stato ha previsto un budget per il 2018 di oltre 2 milioni e 800mila euro, per un costo giornaliero per detenuto di 137 euro. L’80 per cento del budget è destinato a spese per il personale civile e di polizia penitenziaria.  I numeri dicono anche che quello degli stranieri sempre più numerosi nelle carceri italiane è un bluff. Negli ultimi quindici anni, a partire dal 2003, mentre gli stranieri residenti sono più che triplicati, il tasso di detenzione di stranieri si è ridotta di quasi tre volte.

Ma a che serve il carcere? Facile: serve a punire chi ha sbagliato, non di certo a redimerlo…. Ma a cosa serve l'umiliazione e l'isolamento imposto dalle carceri? Apparentemente ha un solo scopo: infantilizzare gli individui. Con questo termine definisco una serie di comportamenti il cui fine ultimo è la spersonalizzazione dei soggetti, un modo per controllarli e renderli dipendenti dal sistema. “Scopino, spisino, domandina…”, sono i termini che scandiscono la vita dei detenuti, umiliandoli e uniformandoli ad una massa che di personale non ha nulla, nemmeno gli spazi minimi di vita giornaliera. Il detenuto si rivolge agli Agenti (e agli altri operatori penitenziari) usando il "lei"; loro sono tenuti a rispondere nello stesso modo ed a chiamarlo solo con il cognome. Per regolamento il detenuto non può conoscere i nomi del personale di Polizia Penitenziaria, quindi lo chiama con il grado che ha. Non sono permessi i mezzi di comunicazione tipo: telefono, radio, televisione, cellulare…. Nel 2018 si è suicidato 1 detenuto ogni 950. Il tasso di suicidi nelle persone libere invece è pari a 6 ogni 100.000 residenti. In carcere dunque ci si ammazza diciannove volte in più che nella vita libera. E ci sarà pure un perché!

Io mi muovo in un carcere di massima sicurezza abbastanza piccolo di circa 200 detenuti: tutti maschi. Una volta alla settimana mi faccio trovare in chiesa, (praticamente l’unico ambiente disponibile) e i detenuti che hanno fatto la “domandina”, all’ora convenuta, vengono prelevati dalle celle e accompagnati in chiesa dove “tentiamo” di costituire un coro…. Al termine delle prove, essi vengono riaccompagnati alle celle o ai “passeggi” (l’ora d’aria) se non l’hanno ancora fatta. I passeggi vengono fatti camminando in fila indiana a senso unico in un cortile di cemento di 10mX10 circondato da un muro di 15 metri in cui si intravede il cielo… Per chi non lo sa, ma si affida solo ai luoghi comuni o all’immaginario collettivo… è bene che sappia che le carceri italiane (io ne conosco solo 2, ma questo mi basta!) sono veramente terribili.

Abbiamo fatto un bel concertino di Natale durante la S. Messa celebrata dal vescovo di Asti. Non posso postare le foto perché non si portano camere o cellulari. Neppure il vescovo o la direttrice del carcere lo possono fare. Non è stato l’esito musicale ed “artistico” che mi ha commosso, ma l’abbraccio dei detenuti i quali, al momento dello scambio della pace, sono venuti da me con gli occhi, solitamente duri e inespressivi, lucidi di commozione a dirmi “grazie”.                

Dopo l’Epifania impareremo canti popolari e canzoni di Sanremo per uno spettacolino per la festa del papà. Peccato che non ci saranno i figli ad applaudire, ma solo muri grigi e silenziosi…

PER FAVORE...

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